Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, l'Iraq ha attraversato una brutale e complessa ristrutturazione del suo panorama religioso e politico. Dopo decenni di emarginazione, gli sciiti, che costituiscono la maggioranza della popolazione, sono saliti al potere e hanno preso il controllo dello Stato. Ma invece di portare l'unità e la stabilità promesse, questa ascesa al potere ha messo in luce una profonda divisione all'interno dello stesso Sciismo. Due visioni sono sempre più in contrasto tra loro, dipingendo immagini completamente divergenti del futuro del Paese. Una è radicale e ortodossa, influenzata dall'Iran e dal modello teocratico della Wilayat al-Faqih, che conferisce ai leader religiosi la preminenza sui politici. L'altra è liberale e riformista, ereditata dalla tradizione di Najaf, che afferma il primato dello Stato civile e della legge sul dogma clericale.
La corrente radicale-ortodossa affonda le sue radici nel marjaʿismo, una dottrina che pone i grandi ayatollah al centro della vita spirituale e talvolta politica dei fedeli. Gli echi della rivoluzione islamica iraniana del 1979 ebbero un profondo impatto su una parte del clero iracheno, che vide nel modello khomeinista uno strumento di potere e di organizzazione dopo decenni di emarginazione. L'influenza di Teheran, alimentata da reti religiose, finanziarie e militari, ha permesso a questa linea dura di radicarsi nella società irachena. Dopo l'invasione americana e la caduta del regime baathista, l'ascesa dei partiti sciiti vicini all'Iran, unita alla debolezza delle istituzioni e all'esclusione di ampie fasce della popolazione sunnita, ha creato uno spazio in cui il radicalismo ha attecchito.
La creazione nel 2014 delle milizie Hashd al-Shaabi, concepite per contrastare la rapida espansione di Daesh, ha amplificato questa dinamica. Sebbene il loro ruolo militare sia stato decisivo nel salvare Baghdad e molti territori sciiti, queste forze non si sono mai limitate al loro scopo iniziale. Si sono trasformate in attori politici che influenzano le istituzioni, poteri economici che controllano interi settori dell'economia parallela e canali diretti dell'influenza iraniana. Kataeb Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq e l'Organizzazione Badr si presentano come custodi dell'identità sciita e sostenitori di uno Stato islamico in cui la legittimità religiosa prevalga sui meccanismi democratici. Moqtada al-Sadr, figura carismatica e contraddittoria, illustra l'ambiguità di questo schieramento. Erede di una dinastia religiosa, populista e leader militare, alterna l'opposizione alle forze americane, l'aperta rivalità con le fazioni filo-iraniane e la manipolazione della propria base militante. Questo movimento radicale si basa su una visione in cui lo Stato deve essere subordinato alla religione, la cittadinanza è gerarchizzata in base all'affiliazione religiosa e la violenza è vista come un legittimo mezzo di regolamentazione politica. Gli effetti sono gravi: frammentazione istituzionale, corruzione endemica, clientelismo, paralisi delle riforme e dipendenza strutturale dall'Iran.
In risposta a questa tendenza, lo sciismo liberale offre un'interpretazione completamente diversa del ruolo della religione e dello Stato. Le sue radici affondano nella tradizione intellettuale di Najaf, che già nel XIX secolo vide l'emergere di pensatori che cercavano di conciliare fede e modernità. Questa visione fu brutalmente interrotta dalla repressione del regime baathista, ma sopravvisse negli ambienti religiosi che difendevano l'autonomia del pensiero di fronte alla politicizzazione. L'ayatollah Ali al-Sistani, oggi suprema figura morale a Najaf, incarna questa corrente liberale. La sua posizione è chiara: i leader religiosi devono guidare le coscienze e sostenere i principi etici, ma non possono governare direttamente. Dal 19, ha incoraggiato la partecipazione alle elezioni e sostenuto la stesura di una costituzione democratica, rifiutandosi di assumere un ruolo politico esecutivo. La sua autorità si basa proprio su questo rifiuto di entrare nell'arena politica.
Lo sciismo liberale sostiene uno stato civile, aperto a tutte le componenti della società irachena, siano esse sciite, sunnite, curde, cristiane o yazide. Per lui, la democrazia non è un prodotto straniero imposto dall'Occidente, ma uno strumento per garantire giustizia, convivenza e pari diritti. Questo movimento rifiuta la logica delle milizie e crede che solo il consolidamento di istituzioni forti, legittime e rispettose della legge possa far uscire l'Iraq dalla spirale di violenza. La sua vitalità è stata chiaramente dimostrata durante le grandi manifestazioni del 2019 e del 2020. Decine di migliaia di giovani, spesso provenienti da famiglie sciite, hanno invaso le piazze di Baghdad e del sud del Paese per denunciare la corruzione, l'ingerenza iraniana e il settarismo che affliggono il sistema. Nonostante la sanguinosa repressione costata la vita a centinaia di manifestanti, questo movimento ha segnato una rottura generazionale e ha aperto un nuovo spazio di espressione. Ha trovato sostegno morale anche nelle dichiarazioni di Sistani, il quale, senza interferire direttamente nella politica, ha chiesto che la voce del popolo fosse ascoltata e che venissero attuate riforme di vasta portata.
Oggi, questo scontro tra sciismo radicale e sciismo liberale rimane una delle chiavi del destino dell'Iraq. Il campo radicale mantiene una notevole influenza grazie alle sue milizie armate, all'influenza istituzionale e al costante sostegno di Teheran. Ma il campo liberale, sostenuto da giovani, intellettuali e parte del clero di Najaf, incarna l'aspirazione a una cittadinanza inclusiva e a una sovranità nazionale libera da controlli esterni. L'Iraq si trova quindi di fronte a un dilemma strategico: o rimane intrappolato in un modello teocratico instabile, settario e dipendente, oppure riesce a intraprendere il difficile cammino verso lo stato di diritto, dove la cittadinanza avrebbe la precedenza sulle affiliazioni comunitarie.
Questa scelta si estende ben oltre i confini dell'Iraq. L'Iran cerca di preservare la propria influenza sostenendo il campo radicale, mentre gli Stati Uniti, gli Stati del Golfo e le potenze europee osservano con preoccupazione l'evoluzione di un Paese che rimane un importante crocevia energetico e geopolitico. Anche la Turchia, attenta alla questione curda, monitora attentamente il fragile equilibrio di Baghdad. Tra la logica dell'ingerenza e il desiderio popolare di rivendicare la sovranità, l'Iraq rimane un campo di battaglia politico e ideologico il cui esito avrà un impatto sull'intero Medio Oriente.
Il futuro dell'Iraq si giocherà quindi in questa lotta di potere interna allo sciismo. Se le armi e la logica settaria continueranno a dettare legge, il Paese rimarrà vulnerabile, frammentato e soggetto a influenze esterne. Ma se la visione liberale riuscirà a radicarsi, guidata da una gioventù che rifiuta lo status quo, allora l'Iraq potrebbe diventare il laboratorio di una nuova forma di cittadinanza, dove la religione manterrà la sua dimensione morale senza assorbire la politica, e dove la democrazia cesserà di essere uno slogan importato e diventerà un orizzonte vissuto e rivendicato. In questa tensione permanente tra due modelli antagonisti, è in gioco la promessa stessa di un Iraq sovrano, pacifico e pluralista.
